Da una parte c'è "Il Sindaco" storico di Palermo; quello dei tempi caldi, quello dei morti sparati e della Mafia dai colpi di coda visibili; dall'altro c'è il sindaco in carica, quello della tregua armata e della Mafia del sottaciuto. Uno è un uomo con mille difetti, ma col pregio evidente di una forza morale atipica. L'altro è un uomo con mille pregi (?), tranne il difetto della sue amicizie sporche. Uno è brutto, grasso, forforoso, sdentato. L'altro è magro, alto, abbronzato. La Sicilia del capoluogo -quella dove la storia ha voluto la Martorana e un centro storico tra i più belli del mondo, quella che ha visto nascere e crescere i martiri come Notarbartolo, Grassi, Falcone ma pure i padrini come Luciano, Vizzini, Riina- ha scelto. Cammarata sindaco, Cammarata ancora. Autolesinismo? Potere della campagna elettorale? O forse solo un altro, curioso, caso di vittoria del centro destra in un territorio dove nemmeno un capello va a quelli dell'Ulivo e a quei pochi coglioni che ci stanno sotto? Ma! Rimettiamoci al potere del futuro, che poi tanto lontano non è. Aspettiamo di vedere dove passerà l'acqua quando a luglio chiuderanno ancora una volta i rubinetti e serreranno gli acquedotti, quando migliaia di abitanti delle periferie vedranno il colera per le strade, quando centinaia di disoccupati dovranno costruire casa davanti ad un municipio disabitato, quando uno con l'appendicite morirà lungo via Roma. Mentre Messina Denaro, latitante come tutti, gioca a scacchi con quei sette o otto poliziotti onesti, la Sicilia disegnata dai film americani e dalle fiction italiote fa un passo verso l' ostentazione, alla maniera della statua del santo in piazza, della sua acclarata veste cinematografica. E i siciliani per bene, poveri sognatori, si ritrovano nelle mani le solite quattro mosche. Citerei una bella canzone, se solo mi venisse in mente. Non mi si consigli, ovviamente, quel baciamorti di Moro.